mercoledì 28 dicembre 2011

Questa mattina siamo usciti con la barca Oliva CPS Gaza per monitorare i diritti umani ed osservarne le violazioni da parte della marina israeliana nelle acque di Gaza.

Report

Siamo partiti dal porto di Gaza city alle ore 8:15, a bordo ero con un altro osservatore internazionale ed il capitano palestinese.

Ci siamo diretti verso nord, dove erano posizionate 3 hasakas, le piccole imbarcazioni dei pescatori palestinesi.
Alle 8:45 circa, eravamo a circa 2,35 miglia nautiche dalla costa (31°35.30 N / 034° 25.91 E) ed abbiamo osservato una nave della marina israeliana avvicinarsi alle imbarcazioni dei pescatori sparando colpi per circa 20 minuti. I pescatori si sono allontanati dalla nave della marina israeliana.

Alle 9:35, quando ci trovavamo con alcuni pescatori a circa 2.82 miglia nautiche dalla costa (31° 35.48N / 034° 25.37E), una nave della marina israeliana si è avvicinata ma poi ha indietreggiato.

Alle 9:50, abbiamo raggiunto 4 imbarcazioni che si trovavano vicino il limite nord. Una nave della marina israeliana ha raggiunto le imbarcazioni ed ha intimato loro di andar via. Ci siamo poi spostati a 2.25 miglia dalla costa (31° 35.33N / 034° 26.07E). I pescatori ci hanno seguito.
U'altra nave della marina israeliana ha raggiunto i pescatori, si è mossa a gran velocità tra le loro barche, gridando loro ‘go home, go to the south’.

Alle 10:55, abbiamo raggiunto 3 imbarcazioni che stavano pescando a circa 2.95 miglia dalla costa (31° 35.50N / 034° 25.19E). La boa che segnala le tre miglia era a circa  300 metri di distanza da noi.
La nave della marina israeliana si è mossa a grande velocità verso Oliva e le 4
imbarcazioni, poi ha iniziato a girare intorno a noi ed ai pescatori provocano forti onde. Sfortunatamente, il motore della Oliva si è fermato in quel momento.
I soldati israeliani hanno visto chiaramente che non eravamo in grado di muoverci,
ma hanno continuato a girare velocemente attorno a noi a grande velocità.
Le onde che provocavano diventavano sempre più alte. La nave della marina israeliana si è avvicinata
sempre di più alla nostra imbarcazione, a circa due metri dalla Oliva. Un'onda ci ha travolti ed ha quasi ribaltato la Oliva. Il capitano è caduto in mare e si ferito al ginocchio ed alla coscia sinistra mentre cadeva dalla barca. Noi osservatori siamo caduti sul pavimento della barca e siamo stati
completamente travolti dall'acqua.
Abbiamo invano gridato ai soldati della marina israeliana di fermarsi ed abbiamo chiesto perchè ci stavano attaccando così aggressivamente per ribaltarci.

Alle 11.30 circa, una imbarcazione di pescatori è venuta in nostro soccorso
ed hanno trainato con una corda la Oliva verso la costa.
La marina israeliana ha continuato a seguirci per poi ritirarsi.

Alle 12.15 circa abbiamo raggiunto il porto di Gaza.


Note: I soldati israeliani, mentre eravamo posizionati vicino il limite nord, hanno gridato ai pescatori sbeffeggiandoli, intonando con il megafono anche il canto del muezzin, inoltre gridando: "No fish for Gaza" .


Pubblico sotto alcune foto ed un video che abbiamo girato dalla barca Oliva.



Le restrizioni sull'area pescabile incidono notevolmente sulle capacità di sostentamento dei pescatori palestinesi. Questa area doveva estendersi per 20 miglia secondo gli accordi di Jericho del 1994 (sotto gli accordi di Oslo), poi fu ridotta alle 12 miglia, alle 6 miglia ed ora alle 3 miglia dal gennaio 2009. La 'buffer zone' marina limita l'accesso dei pescatori di Gaza all'85% delle acque pescabili di Gaza stabilite dagli accordi di Oslo.
Israele attacca regolarmente i pescatori palestinesi entro il limite delle 3 miglia nautiche. Il sostentamento di molti Gazani dipende dalla pesca ed Israele continua a sparare con armi da fuoco ed utilizzare cannoni di aqua per impedire ai pescatori di fare il proprio lavoro.
L'assedio di Gaza continua da più di quattro anni, limitando l'area marina consentita per la popolazione di Gaza.
Il Civil Peace Services con la sua barca Oliva continua a monitorare potenziali violazioni dei diritti umani nel mare di fronte alla Striscia di Gaza









giovedì 22 dicembre 2011

Report dalla barca Oliva di oggi 22 Decembre 2011

Siamo partiti dal porto di Gaza city alle ore 8:25. A bordo ero con un altro osservatore internazionale ed il capitano palestinese.

Alle ore 8:50, a circa 2 miglia nautiche dalla costa (31° 35.12N / 034° 26.22E), abbiamo avvistato una nave della marina israeliana vicina a 6 hasakas (le piccole imbarcazioni dei pescatori palestinesi) ed abbiamo os...servato che stava sparando. Le imbarcazioni si sono allontanate dalla nave della marina israeliana e si sono spostate verso di noi. I pescatori ci hanno informato che una nave della marina israeliana aveva aprto fuoco verso le loro barche alle 5.30 del mattino.

Alle 9.05, dalla stessa posizione, abbiamo osservato la nave della marina israeliana raggiungere di nuovo i pescatori, continuando a sparare in acqua e dicendo loro di tornare a casa.
Abbiamo raggiunto il punto dove i pescatori erano stati attaccati, registrandolo a circa 2.1 miglia nautiche dalla costa (31° 35.17N / 034° 26.14E).

Alle 9:25 abbiamo raggiunto l'indicatore che delimita le 3 miglia nautiche (31° 35.62N / 034° 25.03E).

Alle 9:40, quando eravamo a 2.9 miglia nautiche dalla costa (31° 35.21N / 034° 25.07E), la marina israeliana si è diretta a grande velocità verso di noi, che abbiamo indietreggiato.
La marina israeliana si è diretta di nuovo a grande velocità verso di noi alle ore 9:53 ed alle ore 10:12, quando eravamo a 2.85 miglia nautiche dalla costa (31° 34.97N / 034° 24.92E).

Alle 10:23 abbiamo continuato ad osservare la nave della marina israeliana da una distanza di circa 200 mt ed alle 10:50 siamo ritornati al porto di Gaza.



Le restrizioni sull'area pescabile incidono notevolmente sulle capacità di sostentamento dei pescatori palestinesi. Questa area doveva estendersi per 20 miglia secondo gli accordi di Jericho del 1994 (sotto gli accordi di Oslo), poi fu ridotta alle 12 miglia, alle 6 miglia ed ora alle 3 miglia dal gennaio 2009. La 'buffer zone' marina limita l'accesso dei pescatori di Gaza all'85% delle acque pescabili di Gaza stabilite dagli accordi di Oslo.
Israele attacca regolarmente i pescatori palestinesi entro il limite delle 3 miglia nautiche. Il sostentamento di molti Gazani dipende dalla pesca ed Israele continua a sparare con armi da fuoco ed utilizzare cannoni di aqua per impedire ai pescatori di fare il proprio lavoro.
L'assedio di Gaza continua da più di quattro anni, limitando l'area marina consentita per la popolazione di Gaza.
Il Civil Peace Services con la sua barca Oliva continua a monitorare potenziali violazioni dei diritti umani nel mare di fronte alla Striscia di Gaza.

Un piccolo video girato dalla barca Oliva mentre la marina israeliana ci inseguiva nelle acque di Gaza:


video

mercoledì 21 dicembre 2011


Questa mattina siamo usciti di nuovo con la barca Oliva per monitorare i diritti umani ed osservarne le violazioni da parte della marina israeliana sui pescatori palestinesi nelle acque di Gaza.
Report - Siamo partiti dal porto di Gaza city alle ore 8:15. A bordo ero con un altro osservatore internazionale ed il capitano palestinese.

Alle ore 8:45 abbiamo raggiunto quattro hasakas (le piccole imbarcazioni dei pescatori) nel nord della Striscia di Gaza, a circa 2.2 miglia nautiche dalla costa (31° 35.40N / 034° 26.29E).

Alle ore 9:20 abbiamo avvistato una nave della marina israeliana muoversi verso le quattro imbarcazioni dei pescatori e verso la nostra barca a grande velocità. Noi e le quattro imbarcazioni abbiamo iniziato ad indietreggiare verso la costa. La nave della marina israeliana ha continuato a correre dietro le imbarcazioni e dietro di noi fino a raggiungere le 1.5 miglia nautiche dalla costa (31° 34.68N / 034° 26.49E) per poi tornare indietro.

Alle 10:20 la stessa nave della marina israeliana si è avvicinata alle quattro imbarcazioni dei pescatori che si trovavano all'interno dell'area segnata dagli indicatori posti a circa 2 miglia dalla costa al limite a nord imposto sull'area consentita alla pesca palestinese (31° 35.41N / 034° 26.57E), continuando a spaventarli e sparando più volte in acqua.

Alle 11.00 la nave della marina israeliana è tornata indietro e la barca Oliva è tornata al porto di Gaza.

 
Le restrizioni sull'area pescabile incidono notevolmente sulle capacità di sostentamento dei pescatori palestinesi. Questa area doveva estendersi per 20 miglia secondo gli accordi di Jericho del 1994 (sotto gli accordi di Oslo), poi fu ridotta alle 12 miglia, alle 6 miglia ed ora alle 3 miglia dal gennaio 2009. La 'buffer zone' marina limita l'accesso dei pescatori di Gaza all'85% delle acque pescabili di Gaza stabilite dagli accordi di Oslo.

Israele attacca regolarmente i pescatori palestinesi entro il limite delle 3 miglia nautiche. Il sostentamento di molti Gazani dipende dalla pesca ed Israele continua a sparare con armi da fuoco ed utilizzare cannoni di aqua per impedire ai pescatori di fare il proprio lavoro.

L'assedio di Gaza continua da più di quattro anni, limitando l'area marina consentita per la popolazione di Gaza.

Il Civil Peace Services con la sua barca Oliva continua a monitorare potenziali violazioni dei diritti umani nel mare di fronte alla Striscia di Gaza.
Ecco il sito del Civil Peace Service http://www.cpsgaza.org/



  Una nave della marina israelina insegue dei pescaotori palestinesi



























lunedì 19 dicembre 2011

Gli attacchi sui pescatori palestinesi si susseguono qui a Gaza.
Domenica 18 dicembre 2011, quattro pescatori sono stati arrestati dalla marina israeliana nelle acque a nord di Gaza, in area di Sudania, e le loro barche sono state confiscate.
Tre di loro, Hasan Ali Morad, 25 anni, Emad Mostafa Morad, 45 anni ed il figlio Anas Syam, 14 anni, sono stati rilasciati nel tardo pomeriggio della stessa giornata.
Il quarto pescatore, Mahmoud Mostafa Morad, 27 anni, è stato trasportato in un ospedale in Israele.

Andiamo a trovare Hasan, nella sua abitazione in Beach Camp, un campo profughi nella parte settentrionale di Gaza city.
Hasan ha 25 anni, è sposato, ha tre bambini, ed è originario di Jaffa. Lavora come pescatore sin da quando aveva 12 anni ed andava a scuola.

Hasan ci riferisce che mentre pescavano, hanno visto arrivare una nave della marina israeliana. «Abbiamo deciso di tornare indietro  - ci riferisce Hasan - per rimanere lontani dal pericolo. La marina israeliana ha continuato a seguirci, ha iniziato a sparare rompendo il motore delle imbarcazioni e non abbiamo potuto più muoverci.  Ci hanno chiesto di toglierci i vestiti e di tuffarci in acqua».
Hasan ed altri due pescatori si sono quindi buttati in acqua, mentre il quarto, Mahmoud, ha detto ai soldati di soffrire di insufficienza renale e di non poter tuffarsi. I soldati della marina hanno così preso i tre pescatori dall'acqua, hanno bendato i loro occhi e legato le loro mani. La nave si è poi avvicinata all'imbarcazione per prendere Mahmoud. Hasan ci racconta che i soldati l'hanno tirato su violentemente, così Mahmoud, urtando contro la nave, si è fratturato una gamba. E' stato messo su una barella.
Hasan continua: «Eravamo sulla nave israeliana bagnati e senza vestiti, avevamo molto freddo anche perché la nave si muoveva molto velocemente. Quando abbiamo raggiunto il porto di Ashdod intorno alle 9.00 del mattino, ci hanno portato in una stanza insieme al pescatore ferito. Nessuno ha parlato con noi, sono venuti solo a chiederci se volevamo cibo e acqua. Abbiamo cercato di chiedere loro "perché ci avete preso? qual è il motivo di tutto questo?" dicendo anche che non avevamo superato il limite delle tre miglia. Volevamo conoscere il motivo».
Hasan ci racconta in modo veloce l'esperienza recentemente vissuta.
Continua: « Alle 16.00, sono venuti, ci hanno preso e ci hanno trasportato al confine di Eretz. Ci hanno detto che avrebbero trasferito Mahomud in un ospedale per ricevere cure. Così, quando ci hanno portato ad Eretz, ci hanno interrogato chiedendoci informazioni sui membri delle nostre famiglie, sui nostri parenti, sui nostri vicini di casa. Ci è stato anche chiesto "Perché tutti i pescatori palestinesi superano le tre miglia?", ed io ho risposto, "Primo, noi non abbiamo superato le tre miglia. Secondo, i problemi in mare sono iniziati quando avevamo Shalit a Gaza, Shalit ora è a casa sua, perché continuate a crearci questi problemi e questo assedio?" Lui non ha risposto alla mia domanda ».
Secondo Hasan, i soldati, dopo aver arrestato i pescatori, portano le loro barche al di là delle tre miglia e creano filmati per dimostrare e poter poi affermare che le barche si trovavano oltre le tre miglia marine. Hasan continua: «Ci hanno lasciato ad Erez, senza vestiti, senza nemmeno le scarpe, ed hanno preso i soldi che avevamo».
Hasan e gli altri hanno incontrato persone in viaggio verso Gaza che hanno dato loro un passaggio.
Hasan ci riferisce che durante l'interrogatorio gli è stato detto che potevano rivolgersi ad un avvocato per riavere le loro barche.
«Noi non riavremo indietro le nostre barche - aggiunge Hasan - così ora cercheremo un altro lavoro o un'altra barca con cui lavorare e se non la troveremo resteremo a casa senza lavoro».
Hasan ha aggiunto che due settimane fa la marina israeliana ha posto degli indicatori nel mare ad ovest e nord di Gaza, su cui vi sono videocamere. Inoltre ci ha riferito che ad Ashdod gli sono state date delle carte su cui sono segnati i limiti entro cui i pescatori possono muoversi all'interno del mare.
E' stato quindi chiesto loro di consegnare queste carte agli altri pescatori.
Hasan conclude «Quando ci sono gli attivisti internazionali, il pericolo è minore e possiamo prendere maggior quantità di pesce».

Un'immagine mi è passata per la mente. Proprio l'ultima volta che noi internazionali siamo usciti con la barca Oliva per osservare le violazioni dei diritti umani nelle acque di Gaza, ci siamo imbattuti in questi "indicatori".
Indicatori di una prigione a cielo aperto.



                                                          Hasan Ali Morad, 25 anni

un indicatore che segna il limite delle tre miglia marine
(questa foto l'ho scattata dalla barca Oliva)

Stamattina si è tenuta l'ottava udienza del processo per l'assassinio ed il rapimento di Vittorio Arrigoni.
La Pubblica Accusa ha presentato l'hard disk ed il cd contenente il video che diffusero su internet i suoi rapitori. I giudici hanno chiesto ad uno degli imputati, Tamer Hasasnah, se il cd e l'hard disk fossero di sua proprietà e lui ha risposto "Sì, questo è il video che abbiamo girato e questo è il mio hard disk".
Poi, la Pubblica Accusa ha presentato un report medico su Vittorio e la relazione di un testimone, Ahmed Awnee Al-Mqayad.
La difesa ha chiesto poi il rinvio del processo.
La corte ha deciso di rinviare il processo al 5 gennaio 2012.

19/12/2011
Gaza city




l'aula del tribunale militare di Gaza city

 

domenica 18 dicembre 2011

Venerdì 16 dicembre, un pescatore palestinese, Zaki Mustafa Tarrosh, 45 anni, stava pescando nelle acque di Gaza quando la marina israeliana gli ha sparato ferendolo ad un braccio ed ad una gamba.
Siamo andati a trovarlo nella sua abitazione in Jabalia, a nord di Gaza city.
Lo troviamo disteso su un letto, con un braccio fasciato, circondato da familiari ed amici.
Zaki lavora come pescatore da circa 15 anni, ha 10 figli, di cui 6 femmine e 4 maschi, pescatori come lui, la sua famiglia è originaria di Gaza.

Tempo addietro Zaki aveva una piccola imbarcazione a remi. In seguito, un'associazione palestinese, la Agricultural and Environmental development society, al fine di aiutare la sua famiglia, gli donò un'altra piccola imbarcazione, migliore della precedente e fornita di motore.
Per un certo periodo di tempo Zaki ha lavorato in Israele come operaio e pescatore allo stesso tempo, fino a quando il governo israeliano non ha più permesso ai palestinesi di lavorare nel proprio territorio. Tornato a Gaza, ha iniziato a dipendere economicamente solo dall'attività della pesca.

Ci viene offerto del caffè caldo, mentre Zaki inizia a raccontarci quello che è successo due giorni fa.
Si trovava insieme a suo figlio nell'area di Sudania, a nord della Striscia di Gaza, ad una distanza di circa 2 miglia/2 miglia e mezzo dalla costa, sulla piccola imbarcazione che l'associazione gli ha donato.
Zaki precisa: "Conosco esattamente l'area perché ho lavorato lì a lungo, ero nella zona consentita all'interno delle tre miglia marine".

In passato Zaki era stato arrestato tre volte dalla marina israeliana, ma questa volta l'attacco era stato diverso. Zaki continua: "C'era una nave israeliana distante da me e c'erano altre imbarcazioni di pescatori intorno. Poiché la mia imbarcazione è piccola e non è veloce, ho preferito restare lontano dal pericolo. La marina israeliana ha iniziato a parlare con i pescatori in ebraico. Poi ho deciso di tornare indietro e quando
ho iniziato a muovermi loro sono venuti velocemente verso di me, si sono avvicinati molto fino a trovarsi a 4 metri di distanza da me. Ho iniziato a parlare con loro in ebraico dicendo loro che volevo tornare indietro, chiedendo loro di non sparare. Improvvisamente loro hanno iniziato a sparare direttamente verso di me ed hanno rotto il motore. Mio figlio ha cercato di riaccendere il motore ma era rotto. Mi hanno sparato al braccio, non so quanti proiettili hanno sparato, ed alla gamba. Anche se continuavo ad implorare di non sparare, loro non hanno smesso di sparare. Gli altri pescatori hanno cercato di portarci sulle loro barche mentre gli israeliani continuavano a sparare, i pescatori mi hanno preso rapidamente e mi hanno hanno fasciato il braccio con la maglia per fermare il sangue. Hanno chiamato un'ambulanza, dopo cinque minuti abbiamo raggiunto il porto, lì abbiamo trovato l'ambulanza che mi ha portato allo Shifa Hospital. Mentre stavamo correndo lontano dalla nave loro hanno continuato ad inseguirci."

Mentre Zaki ci racconta quello che ha vissuto, ci vengono offerti dei dolci e del succo di arancia. Uno dei suoi familiari ci mostra i referti rilasciati dall'ospedale.

Zaki continua: "In ospedale il dottore ha detto che non potevano asportare nulla dal braccio, né i proietilli né altri pezzi, perché se avessero tentato di farlo, il mio braccio sarebbe rimasto paralizzato.
La barca ora è completamente rotta, non posso aggiustarla né comprarne un'altra".

Quando abbiamo chiesto a Zaki in che modo il limite delle tre miglia incide sull'attività dei pescatori, ci ha risposto: "All'interno delle tre miglia non c'è abbastanza pesce, non abbastanza per tutti i pescatori palestinesi. Anche se questa volta mi hanno sparato, io continuerò a pescare perché questa è l'unica risorsa economica per la mia famiglia. Anche se mi tagliassero le braccia io continuerei a lavorare come pescatore per aiutare la mia famiglia."

Zaki ha concluso facendo una richiesta alle organizzazioni internazionali, affinché "tentino di aiutare i pescatori, fermino questo assedio del mare e fermino questi attacchi giornalieri sui pescatori."
"Noi vogliamo solo portare soldi alle nostre famiglie, noi non combattiamo nel mare".
La storia di Zaki è una delle tante qui a Gaza. Zaki non è il primo pescatore a cui la marina israeliana ha sparato, né probabilmente sarà l'ultimo.

Gli accordi di Oslo hanno stabilito che le acque territoriali di Gaza si estendono fino a 20 miglia marine; questo limite è stato però progressivamente ridotto sino alle attuali 3 miglia marine imposte dalla marina israeliana. Un limite che colpisce inevitabilmente l'industria ittica che sostiene migliana di famiglie palestinesi.
I pescatori sono costantemente minacciati dalla marina israeliana, sono sottoposti a continui attacchi, a volte sono arrestati e le loro barche vengono confiscate.
Questi attacchi violano la legislazione internazionale sui diritti umani.

La storia di Zaki è una delle tante qui a Gaza. Gli occhi di Zaki esprimevano una richiesta di libertà.
Perché Gaza è privata della libertà di coltivare la propria terra e di pescare nel proprio mare, Gaza è privata della libertà di nutrire se stessa.
Ma gli occhi di Zaki come gli occhi di Gaza non hanno tempo di fermarsi a pensare.
Domani si deve tornare a pescare.




                                                                   Zaki Mustafa Tarrosh     

                                             familiari ed amici di Zaki raccolti attorno al suo letto

martedì 13 dicembre 2011

Questa mattina al confine di Eretz in Beit Hanoun, i soldati israeliani hanno sparato ad un ragazzo di 14 anni, Nedal Khaleel Hamdan.
Siamo andati in ospedale per incontrarlo. Lo troviamo seduto sul letto, con la spalla sinistra fasciata, circondato dai suoi familiari.

Nedal stava raccogliendo metallo insieme ad altri ragazzi in un'area vicina al confine. Spesso i giovani della sua età vendono il metallo che raccolgono per guadagnare un po'di soldi ed aiutare così le proprie famiglie. Improvvismante, verso le 8:30 del mattino, i soldati israeliani hanno iniziato a sparare contro di loro; Nedal e gli altri sono scappati, ma mentre stavano correndo Nedal è stato colpito da un proiettile sulla spalla.
E' stato trasportato su di un carro al Balsam Hospital che ha fornito un primo soccorso, per poi essere trasferito al Kamal Odwaan Hospital in Beit Hanoun. Qui il dottore ci ha riferito: "Il proiettile è entrato e non è uscito, abbiamo fatto un'incisione per rimuovere il proiettile M16. C'è totale carenza di qualsiasi cosa nella sala di emergenza. Dobbiamo razionare tutto. Le persone ricevono una quantità di medicine minore rispetto a quella di cui avrebbero bisogno. "
Il tempo di guarigione per Nadal sarà di un mese. Per fortuna non vi è nessuna complicazione.
Quando abbiamo chiesto a Nedal il motivo per cui lui lavora lì, ci ha detto: "Noi cerchiamo di vendere questo metallo per dare alle nostre famiglie soldi di cui hanno bisogno per vivere. "
Suo padre, Khaleel, ha 16 bambini, e non ha un lavoro perché non può lavorare a causa di un problema alle gambe. La mancanza di soldi costringe questi bambini e ragazzi a lavorare in queste zone pericolose, anche se non guadagnano più di 10 shekels per la vendita del metallo. A volte la sua famiglia dipende da questi soldi. Khaleel aggiunge: "Noi viviamo in una situazione di ingiustizia in Palestina e soffriamo per questa occupazione ma cerchiamo un modo per poter lavorare e non abbiamo un'altra risorsa per guadagnare. Speriamo che questa occupazione e questo assedio finiscano presto e che possiamo avere una vita migliore."
Quanti altri crimini ci dovranno essere ancora? Qui sparano sui bambini e il mondo attorno chiude occhi ed orecchie.
13 dicembre 2011
Gaza


                  Nedal Khaleel Hamdan

I semi della resistenza

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Questa mattina noi dell' International Solidarity Movement insieme al Beit Hanoun Local Initiave e ad altri ragazzi di Gaza, siamo andati a manifestare, come ogni settimana, al confine di Beit Hanoun, a nord della Striscia di Gaza.
Siamo entrati nella così detta No go zone, l'area imposta da Israele che inizia a 300 metri dal confine.

Abbiamo camminato e cantato canzoni di libertà, un cellulare a cui era attaccato un megafono faceva da stereo.
E' il turno di Bella ciao... immancabile nelle nostre manifestazioni. Immancabile, eppure, ogni volta che sento i ragazzi di Gaza cantare la nostra Bella ciao, l'effetto è sempre lo stesso. E' sempre come se fosse la prima volta. E mi riempie il cuore, e mi sento allo stesso tempo vicina a casa. L'effetto di una canzone che ci unisce.

Ad un certo punto però, i soldati israeliani hanno iniziato a sparare, a terra ed in aria. Hanno sparato consecutivamente per circa 7 minuti.
Allo stesso tempo ascoltavamo il cingolio forte dei carrarmati provenire da dietro il muro di separazione.

Non ce ne siamo andati, abbiamo proseguito con una farming action riuscendo a coltivare la terra vicina a circa 250 mt dal confine.
Con entusiasmo i ragazzi muniti di secchi cospargevano di semi la terra. Io e Nathan, altro attivista dell'ISM, ci siamo alternati sul trattore. C'era anche chi, inginocchiato, pregava, c'era chi guardava assorto il confine.

Infine, stavamo per andare via contenti quando un velo triste ha coperto la nostra soddisfazione. Una telefonata ci ha comunicato che un ragazzo di 14 anni era ferito in ospedale, gli avevano sparato, in prima mattinata, lì in Beit Hanoun. Dovevamo andare in ospedale.

Sulla terra arata, un cartello posto dai giovani di Gaza, cita: "I semi della resistenza per la pace"

Ed ora, su quella terra che ha visto morte e distruzione, resto in attesa di vedere il grano germogliare.



                                                          manifestazione in Beit Hanoun


                                                            manifestazione in Beit Hanoun

                                                           farming action in Beit Hanoun

                                                            farming action in Beit Hanoun

venerdì 9 dicembre 2011

La scorsa notte tre raid israeliani hanno colpito il nord di Gaza city. 
Un missile ha colpito, distruggendola, un' abitazione di una famiglia palestinese nei pressi di Nasr Street, uccidendo un uomo di 33 anni e ferendo il resto della sua famiglia. Due dei suoi bambini, di 8 e 10 anni, sono ricoverati attualmente allo Shifa Hospital in gravi condizioni.

Stamattina siamo andati sul posto per assicurarci dello stato dei familiari e farci raccontare ciò che è avvenuto stanotte.
Entriamo nella casa in macerie. A terra, pezzi di soffitto, plastica colorata, qualche ciabatta, calcinacci.  Un letto è completamente ricoperto da frantumi. Il corpo di una bambola spunta, il grigio della polvere ricopre il candido rosa del suo piccolo vestito.
Il soffitto è quasi del tutto crollato. A terra, in una stanza adiacente, un computer spaccato in due parti ed una stufa capovolta che riparava dal freddo inverno palestinese. Cumuli di materassi sono stati ammassati da un lato.
Siamo accolti da due ragazzi che, nonostante le condizioni in cui versava l'abitazione, hanno preso delle sedie, le hanno pulite dalla polvere causata dal crollo dell'abitazione e ci hanno chiesto di sederci.
L'accoglienza rispettosa da parte delle famiglie palestinesi non viene mai meno, nemmeno se vi accolgono in una casa a pezzi...

I due giovani gazawi ci hanno raccontato quanto avvenuto questa notte.
A parlarci è Migdad El Zalaan, 20 anni, la sua casa è vicina a quella colpita dal crollo. Zoppica ed ogni tanto il suo volto esprime dolore, anche lui è stato colpito da un crollo sulla schiena e sulle gambe.
Ci racconta che il primo bombardamento è avvenuto verso le 2.00-2.30 del mattino: "Dopo che Israele ha gettato la prima bomba, ho preso la mia famiglia ed ho lasciato la nostra casa, poi è caduta la seconda bomba e sono andato a casa di mio zio per sapere se stavano bene. La moglie di mio zio mi ha chiamato da sotto le macerie. Lei stava tenendo il suo bambino, ho preso il bambino e poi Israele ha lanciato la terza bomba. Ho continuato a scavare, cercando mio zio, poi l'ho trovato, sepolto dalle macerie, ma ancora respirava. Mi ha detto ‘prenditi cura della mia famiglia, prenditi cura di mia moglie e dei miei bambini’ e poi è morto nelle mie braccia.” Bahjat El Zalaan aveva 33 anni.
Ha poi portato la sua famiglia allo Shifa hospital in Gaza city. Sono stati tutti rilasciati, tranne due bambini di 8 e 10 anni, ancora ricoverati in gravi condizioni.
Migdad El Zalaan racconta che l'abitazione era già stata colpita durante l'operazione militare Piombo Fuso, quasi tre anni fa.

Eppure, lì dove non c'è più un tetto ma c'è il cielo, i due ragazzi non perdono il sorriso.




    il tetto dell'abitazione venuto meno e la finestra rotta



   ciabatte tra le macerie



la stanza adiacente, frantumi



     la stanza princiale, a terra calcinacci ed il tetto crollato


una bambola tra le macerie

     Migdad El Zalaan, 20 anni

sabato 26 novembre 2011

Si è tenuta giovedì' 24 novembre la sesta udienza del processo per l'assassinio di Vittorio Arrigoni.
Abbiamo dovuto attendere lo svolgimento di altri procedimenti prima del nostro, che, ultimo, è iniziato verso le ore 13.20
In gabbia erano presenti quattro imputati, in sala alcuni loro conoscenti e familiari.
L'udienza è durata cinque minuti ed è stata rinviata al prossimo 5 dicembre.
Il motivo del rinvio è l'assenza dei testimoni che, presenti in aula in mattinata, sono dovuti andar via per motivi di lavoro in quanto l'udienza è stata ritardata.




giovedì 24 novembre 2011

Farming action in Kuza'a

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Mercoledì mattina noi dell' International Solidarity Movement insieme al Beit Hanoun Local Initiative abbiamo accompagnato i contadini nel proprio lavoro in Khuza'a, un villaggio a sud della Striscia di Gaza.
Essendo una zona vicina al confine, i soldati israeliani spesso sparano sui contadini, impedendo quindi loro di coltivare la terra a cui hanno diritto.
La farming action è andata bene, a fine giornata i soldati hanno sparato dei colpi in aria per spaventare i contadini.


sabato 12 novembre 2011


Restiamo Umani. Queste le parole con cui Vittorio Arrigoni usava concludere i suoi reports da Gaza. Questa canzone è dedicata ai suoi coraggiosi discorsi, alla grandezza di un uomo che mai ha smesso di lottare per la pace e la giustizia.

Stay human. These are the words with which Vittorio Arrigoni used to conclude his reports from Gaza. This song is dedicated to his corageous speeches, to the greatness of a man who never stopped fighting for truth and justice.







Traduco questo interessante articolo di Amal
9 Novembre 2011 | International Solidarity Movement, West Bank

Negli ultimi tre anni Burin ha subito una maggiore violenza da parte dei coloni. Questo piccolo villaggio di circa 3.000 persone è sotto costante minaccia degli attacchi dei coloni o delle molestie dell'esercito israeliano. Tre insediamenti circondano Burin: Yitzar, Bracha, e Givt Arousa.
I residenti di questi insediamenti illegali affermano che faranno qualsiasi cosa per forzare i Palestinesi a lasciare le proprie case. I loro atti criminali vanno dal bruciare gli alberi di olivo, al lanciare sassi ai contadini e sparare ai Palestinesi.

La gente di Burin ha già perso più di 2.000 alberi di olivo dal mese di aprile a causa degli incendi dei coloni. Al fine di assicurarsi che gli alberi siano distrutti, i coloni variano i loro attacchi secondo il momento della giornata per rendere i loro volenti crimini meno visibili.
L'incendio degli alberi è di solito fatto durante il giorno, mentre il tagliare gli alberi viene di solito fatto di notte. Durante i mesi più caldi, la maggior parte delle volte i coloni bruciano alberi perché sanno che il fuoco si propagherà rapidamente a causa del caldo.
Le persone di Burin osservano e si aspettano sempre accada un prossimo inevitabile crimine.

Non c'è stato un singolo attacco di coloni su Burin da più di un mese, cosa che è davvero insolita. L'ultimo periodo senza attacchi era durato 60 giorni. Questo periodo "pacifico" fu rotto con una giornata piena di violenze da parte dei coloni. Le persone si aspettano il prossimo attacco. Non sanno quando, ma accadrà.
Oltre ad aspettarsi il prossimo attacco, stanno ancora aspettando che il tribunale israeliano decreti se a Burin una moschea debba essere demolita per disturbo della quiete pubblica negli insediamenti durante l'appello alla preghiera. L'aria a Burin è piena di ansia per ciò che avverrà nel vicino futuro.

Burin oggi cammina ancora a testa alta e resiste nonostante i tanti ostacoli che soffocano la vita quotidiana nel villaggio.




Originale in inglese sul sito dell'International Solidarity Movement: http://palsolidarity.org/2011/11/in-photos-burin-withstands-settler-violence/

venerdì 11 novembre 2011

Commemorazione in Beit Hanoun

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Articolo di Nathan Stuckey

9 Novembre 2011 | International Solidarity Movement

E'martedì, il terzo giorno dell' Eid, l'Eid del Sacrificio. Noi, il Beit Hanoun Local Initiative e l'International Solidarity Movement, ci siamo riuniti vicino i resti bombardati del Beit Hanoun Agricultural College come facciamo ogni martedì in preparazione alla nostra marcia nella zona interdetta all'accesso.
Tuttavia questo martedì è stato differente, non ci siamo riuniti sulla strada che porta a quella zona, ma dietro gli edifici bombardati del College.
Come nella maggior parte della Palestina, la storia è densamente presente, ogni posto ha una storia, oggi, noi dovremmo imparare la storia di questa piccola zona.
Oggi sono 5 anni dall'anniversario del massacro di Beit Hanoun. Davanti a noi, giaciono i sepolcri delle vittime.

L'8 novembre del 2006, alle 6:00 del mattino l'esercito israeliano inizia un bombardamento su Beit Hanoun. Le granate sono lanciate sulle case delle famiglie A'athamnah e Kafarnah. Non solo una granata, il bombardamento è continuato per 15 minuti. Una serie dopo un'altra si abbateva sulle loro case. Diciannove persone furono uccise, nove bambini, quattro donne e sei uomini. Il più piccolo un bambino di un paio di mesi, la vittima più anziana una donna di 73 anni. Altre 40 persone furono rimaste ferite. Erano civili, l'esercito israeiano nemmeno si è preoccupato di assicurare che fossero armati; stavano dormendo nei loro letti.

I sepolcri sono proprio accanto alla strada, proprio dietro l'Agrocultural College. Sono grandi; ognuno di essi contiene molti corpi, grandi lastre grigie di cemento con nomi e preghiere iscritti su di essi. Abu Issa, del Beit Hanoun Local Initiative parla; prega per i morti e ci chiede di ricordare il passato.
Questo massacro rappresenta appena il passato; è quasi il presente, anche se dimenticato in tante parti del mondo. Le sue parole terminano, come devono, sul presente, "noi non abbiamo chiesto l'occupazione, abbiamo sempre vissuto qui, lei è venuta da noi, ma non possiamo accettarlo, dobbiamo continuare a lottare fino a quando l'occupazione finirà." Poniamo una corona di fiori vicino la prima tomba.

Camminiamo lentamente vicino la fila dei sepolcri; Abu Issa ci legge i nomi dei morti. Raggiungiamo la tomba di Maisa, sei anni. Non è mia figlia, è la mia studentessa di inglese. Il suo nome è Maisa Samouni. Ventinove membri della sua estesa famiglia furono uccisi nello stesso modo dall'esercito israeliano, ammassati in una casa dai soldati, e poi la casa fu bombardata dalle Forse di Difesa Israeliane.
Mi chiedo come Maisa sarebbe oggi, sarebbe così piccola e gentile e bellissima come la mia Maisa?
Come terminammo la fila dei sepolcri tornammo a quelli che erano stati distrutti, distrutti dai bulldozers Israeliani in invasioni successive di Gaza.

Ci allontaniamo dai sepolcri e ci voltiamo verso il confine. Alle torri di cemento che lo fiancheggiano, è pieno di cecchini e pistole comandate da computer che uccidono quando vogliono. Abu Issa inizia a parlarci dell'area che vediamo davanti a noi. Era qui che gli uomini di Beit Hanoun furono imprigionati durante la prima settimana di novembre del 2006. Le forze israeliane invasero Beit Hanoun; tutti i maschi di età compresa fra i 16 e 60 anni furono raggruppati e portati qui. Per sei giorni dormirono all'aperto, al freddo, mentre l'esercito israeliano li prendeva per interrogarli. 53 persone furono uccise ed altre 200 ferite durante l'invasione. Il giorno dopo le forze israeliane si ritirarono; spararono granate che avrebbero ucciso altre 19 persone, incluso Maisa.

Dopo la commemorazione, ci siamo accalcati sul furgoncino e siamo andati ad est di Beit Hanoun a visitare la famiglia Jareema. La famiglia Jareema è una famiglia beduina che vive proprio vicino la zona interdetta all'accesso. Non hanno sempre vissuto lì, hanno inziato ad abitarci nel 1948, ma furono espulsi dai sionisti durante la Nakba, loro ed altri 750,000 palestinesi. Si stabilirono in Gaza. Vivevano proprio vicino il confine, le loro case erano a 50 metri dal confine. Poi, gli israeliani decisero di imporre la buffer zone a Gaza, la famiglia ricevette la notizia che dovevano spostarsi. Non ci fu un appello. I bulldozer israeliani vennero e distrussero le loro case. Distrussero i recinti degli animali. Distrussero le piantagioni di alberi che prosperavano nella zona vietata.

Ora, la famiglia vive in un agglomerato di tende e baracche a circa 500 metri dal confine. Come guardate verso il confine vedete una torre grigia particolarmente grande, è da questa torre che gli israeliani sparano loro.
Loro non sanno dove andare, così continuano a vivere qui, sopravvivendo come meglio possono sulla terra che Israele non ha preso. Portiamo loro dei dolci per celebrare l'Eid, loro ci servono tè e pane appena fatto.
Ci chiedono di rimanere per il pranzo, ma dobbiamo andare, c'è un matrimonio in Beit Hanoun. La vita continua. Prego che i bambini di questa nuova coppia crescano in un mondo giusto, in una Palestina libera. Questo è quello per cui lottiamo.