mercoledì 25 gennaio 2012

Ogni martedì noi dell' International solidarity Movement, insieme al Beit Hanoun Local Initiative e a tanti altri ragazzi di Beit Hanoun, manifestiamo al confine di Erez, a nord della Striscia di Gaza.

Manifestiamo contro la No Go Zone imposta da Israele che si estende fino a 300 metri dal confine e nella pratica anche oltre, impedendo ai contadini palestinesi di coltivare la terra a cui hanno diritto.
La No Go Zone è a tutti gli effetti illegale. Chi entra nella No Go Zone rischia di essere ucciso dai proiettili israeliani.
Manifestiamo anche contro l'occupazione e per diffondere un messaggio di pace, di libertà e giustizia per la Palestina.

Ieri abbiamo marciato per più di sei chilometri, partendo da Erez ed arrivando ad est di Beit Hanoun, vicino il luogo dove una settimana fa i soldati hanno ucciso 2 ragazzi, di 20 e 17 anni, che stavano cacciando uccelli e cercando materiale da rivendere.

Avevamo molte bandiere palestinesi, ed abbiamo iniziato la manifestazione cantando come facciamo di solito. Ma questa volta i soldati hanno iniziato a sparare appena siamo entrati nella No Go Zone.
E questa volta hanno iniziato a sparare non con proiettili ma con lacrimogeni.
I lacrimogeni raggiungevano le nostre gambe. Siamo scappati avanti ed abbiamo proseguito la marcia.

La nostra marcia era scandita da proiettili e lacrimogeni.
Tre soldati erano appostati dietro una collina. Altri erano all'interno delle torrette posizionate lungo il confine.
Un carro armato ed altri 5 soldati erano posizionati su di una piccola collina. Da una torretta una macchina spara automaticamente proiettili.

Più volte io e Nathan, l'altro attivista internazionale dell'ISM, abbiamo gridato al megafono: "Stop shooting! Stop shooting! This is a peaceful demonstration!"
Ma loro non hanno smesso di sparare.
Ed al nostro appello, dal loro microfono i soldati rispondevano  "I Gazani sono asini, i Gazani sono animali".

Abbiamo scansato il lacrimogeni. A volte seguivamo la loro traiettoria.
La traiettoria dei proiettili, quella no, non si può seguire. Si può solo avvertirne il suono ed allora a volte si può capire se andranno a terra, in aria o nella tua direzione.

Con le scarpe colme di terreno e di fango abbiamo proseguito la marcia arrivando ad est di Beit Hanoun.
Hanno sparato contro una manifestazione pacifica, su giovani armati solo di bandiere e della propria voce. I proiettili ed i gas lacrimogeni che bruciavano in gola non ci hanno scoraggiato e non ci impediranno di continuare la lotta per la terra a cui i palestinesi hanno diritto, contro l'assedio e contro l'occupazione.

Un video della manifestazione:
http://youtu.be/k5oXPXeAq0I










venerdì 20 gennaio 2012

Mercoledì mattina apaches e forze di terra israeliane hanno attaccato la zona est di Beit Hanoun, a nord della Striscia di Gaza.
Due ragazzi sono stati uccisi ed un terzo è rimasto ferito.
Siamo andati di corsa sul posto, incrociando un'ambulanza a gran velocità.
Abbiamo appreso da subito che un ragazzo era morto sul colpo, Mohammed Shaker Abu Auda, 20 anni, mentre l'altro veniva trasportato con urgenza in ospedale.
Siamo andati all'obitorio dell'ospedale di Beit Hanoun dove abbiamo visto il corpo massacrato di Mohammed.
Nel frattempo abbiamo saputo che l'altro ragazzo si trovava in gravi condizioni al Kamal Adwan Hospital. Stavamo per dirigerci lì quando una telefonata ci ha informato che Ahmed Khaled Abu Murad Al-Zaneen, 17 anni, non ce l'aveva fatta.
Abbiamo atteso il funerale.

Familiari ed amici ci hanno riferito che i due ragazzi erano andati vicino il confine per recuperare materiale da costruzione per poi rivenderlo.
Spesso i ragazzi più poveri nella Striscia di Gaza rischiano la vita andando nelle zone vicine al confine, nella cosiddetta no go zone di 300 metri imposta da Israele, per poter recuperare materiale da costruzione e rivenderlo.
Ci hanno anche detto che i due ragazzi cacciavano uccelli.

Il corpo di Ahmed si trovava a circa 300-400 metri dal confine.
Saber del Beit Hanoun Local Initiative ci ha raccontato che perdeva sangue dalla testa ma che "era ancora vivo, respirava pesantemente".
L'ambulanza non è riuscita a raggiungere subito il corpo di Ahmed, perché carro armati e soldati continuavano a sparare ed era pericoloso avvicinarsi all'area. L'ambulanza ha dovuto così indietreggiare a causa degli spari.
Il padre di Ahmed nel frattempo gridava disperato "Voglio vedere mio figlio! Voglio vedere mio figlio!"  Ahmed era ancora vivo nell'ambulanza.

Saber racconta che successivamente sono tornati nell'area per recuperare il corpo di Mohammed, l'hanno trovato con la parte destra del corpo squartata. Vicino il corpo hanno ritrovato tre missili, uno di questi questi aveva colpito Mohammed. Il suo corpo è stato trasportato in una sacca dall'ambulanza.

Il giorno dopo siamo andati alla mourning tent, la tenda del lutto, dove abbiamo incontrato le famiglie dei due ragazzi uccisi.
La mamma di Ahmed non smetteva di piangere. Sono rimasta seduta con le donne della famiglia in silenzio, ammutolita dal tanto dolore.

Ci siamo recati all'altra tenda del lutto. Qui, il fratello di Mohammed,  Zahor Abu Auda, ci ha riferito che i due ragazzi andavano a caccia di uccelli per poi rivenderli come mangine per gli animali. Se sono fortunati questi ragazzi guadagnano 100 shekels (100 shekels equivalgono a circa 20 euro).
Sua madre non può camminare, Mohammed si prendeva cura di lei. Zahor ci ha detto: "Lasciate che il mondo sappia che Israele ha ucciso un uomo che stava solo cercando di guadagnare soldi per vivere. Le forze israeliane supportate dagli americani uccidono persone in Gaza regolarmente e nessuno viene a sapere di questo, il mondo è silente".

Intanto venivamo a sapere che portavoce israeliani stavano diffondendo la notizia secondo cui i due ragazzi erano miliziani armati in procinto di sotterrare esplosivi nella zona del confine.
Davanti a queste dichiarazioni di Israele ed ai suoi potenti mezzi di comunicazione, cresce un senso di impotenza.

Familiari ed amici ci hanno detto che Mohammed e Ahmed non facevano parte di alcun gruppo armato. Mohammed e Ahmed erano dei civili, erano dei semplici lavoratori.

Raccogliamo l'appello di Zohar e continuamo a dar voce alle persone. Perché su tutto questo assurdo dolore, sullo strazio delle madri e sui corpi massacrati non piombi mai il silenzio.



il corpo di Mohammed Shaker Abu Auda, 20 anni


                                 il corpo squartato di Mohammed Shaker Abu Auda, 20 anni
                                                                            
                                  il corpo massacrato di Mohammed Shaker Abu Auda, 20 anni
                    
uno dei missili lanciati dagli apaches israeliani durante l'attacco


uno dei missili lanciati dagli apaches israeliani durante l'attacco


parte anteriore del missile


parte anteriore e posteriore del missile


                                                                      


mercoledì 11 gennaio 2012

Questa mattina abbiamo fatto visita alla famiglia di Nasser Abu Said, nel villaggio di Johr Al-Dik, ad est della Striscia di Gaza.

La sua terra agricola si trova a circa 300 metri dal confine con Israele. Nasser ha perso sua moglie nel luglio del 2010, uccisa dal fuoco israeliano mentre si trovava fuori la sua abitazione vicino  la buffer zone creata da Israele lungo il confine di Gaza.

Nasser vive ora con la sua nuova moglie e 6 bambini in due tende accampate ad un centinaio di metri di distanza dalla sua abitazione.

Attraversiamo la terra e ci dirigiamo verso la casa colpita dall'attacco. Sulle pareti vi sono i segni lasciati dai proiettili ed al secondo piano è parzialmente crollata.

La casa fu colpita dapprima  il 13 luglio 2010, attacco in cui la moglie di Nasser fu uccisa ed altre tre persone rimasero ferite.
Cinque colpi dai carro armati e flechette. Le flechettes sono armi antiuomo. Esplodono nell'aria e rilasciano migliaia di freccette di metallo. Vengono utlizzate dai carro armati israeliani.
Le flechettes crivellarono il corpo di sua moglie, e mentre alle ambulanze era impedito di raggiungere l'area, lei morì. I suoi cinque bambini, di età tra i 3 e 12 anni, la videro spegnersi durante l'attesa.

Un secondo attacco è avvenuto la sera del 28 aprile 2011, verso le 21:10, quando le forze israeliane con quattro granate hanno colpito direttamente l'abitazione. Quattro persone, incluso due dei bambini ed una donna rimasero feriti. Nell'abitazione vivevano due famiglie composte da 10 membri. Il bambino di 10 anni, Alaa Addin Naser, riportò ferite da schegge al collo e all'addome. La bambina di 5 anni, Misa Naser Abu Said, subì contusioni al petto e all'addome. La donna di 25 anni, Sanaa Ahmed Abu Said, riportò ferite da schegge alla gamba destra. Il quarto ferito, Mohammed Jaber Abu Said, 27 anni, riportò ferite da schegge sul viso.
Le ambulanze riuscirono ad arrivare sul posto dopo circa 30 minuti dall'attacco. L'attacco causò anche danni all'abitazione, specialmente al secondo piano.

Mentre parlavamo con Nasser avvertivamo colpi d'artiglieria pesante provenire da un villaggio accanto e caccia F-16 volavano a quota bassa.

Il forte vento freddo batteva sulle tende. Una di esse è ricoperta da un materiale simile alla plastica, che riesce a trattenere calore, lì abbiamo trovato disteso su un letto il piccolo di 4 mesi dato alla luce dalla nuova moglie di Nasser.
All'interno della tenda c'è un armadio, un letto, un televisore. Nella seconda tenda, di solo telo, fa più freddo, ci sono tre letti ed un comodino.
Dopo l'ultimo attacco Nasser ha ricevuto degli aiuti per poter avere dei materassi, della biancheria, dei vestiti ed altri piccoli beni. Gli manca una casa.
Inizialmente Nasser aveva chiesto alle UN un aiuto per costruire una nuova casa. Le UN gli avevano offerto di ricostruire il piano superiore dell'abitazione distrutta. Ma quella abitazione è minacciata dagli attacchi dell'esercito israeliano che spara continuamente lungo il confine. Inoltre i bambini di Nasser hanno ormai paura di dormire in quella casa.
Le UN hanno poi dato a Nasser un contributo di 12.000 dollari per costruire una nuova casa, ma questi soldi bastano solo a costruirne le basi.
Nasser ora spera di ricevere donazioni da singoli o associazioni per poter completare la costruzione della nuova casa.


Nella terra di Nasser abbiamo visto coltivazioni di melanzane ed alberi di limoni; Nasser ci ha detto che in futuro vorrebbe coltivare meloni cantalupo.

I bambini di Nasser sorridono, nonostante il doppio trauma che hanno subito.

Quotidiane storie di atrocità e di sopravvivenza ai confini della Striscia di Gaza.

L'illegale blocco imposto da Israele, progressivamente rafforzato dal luglio del 2007, ha avuto un impatto disastroso sulla situazione umanitaria ed economica nella Striscia di Gaza.




l'abitazione di Nasser segnata dai colpi dei proiettili


il secondo piano dell'abitazione distrutto dall'ultimo attacco israeliano


Nasser Abu Said con uno dei suoi bambini


le due tende dove Nasser vive con la sua famiglia


la famiglia di Nasser Abu Said


martedì 10 gennaio 2012

Gaza, ammanettati in mare

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Riporto un articolo che ho scritto per Nena News: http://nena-news.globalist.it/?p=16244

E’ la vicenda quotidiana dei pescatori palestinesi confinati dalle restrizioni israeliane a gettare le reti in un piccolo tratto del mare di Gaza. E quattro di loro sabato sono stati inseguiti fin dentro le acque territoriali egiziane.

Gaza, 10 gennaio 2011 – Sabato scorso quattro pescatori  sono stati arrestati dalla Marina israeliana all’interno delle acque egiziane territoriali egiziane.
I quattro – Rani Sami Baker, 29 anni, Talat Othman Baker, 46 anni, Jad Othman Baker, 35 anni e Mahmoud Yahya Baker, 23 anni -, tutti di Gaza City, erano partiti verso l’Egitto alle 8.00 del mattino dal porto di Gaza. Ci hanno raccontato di aver oltrepassato il confine marittimo e di essere entrati in acque egiziane alle 10.00 circa. A 5 miglia dalla costa hanno gettato l’ancora per una sosta. In quel momento una motovedetta della Marina militare israeliana si è avvicinata iniziando a sparare nella loro direzione. I pescatori, spaventati, hanno iniziato a dirigersi verso sud.

«La marina israeliana sparava a circa 500 metri dalla nostra barcae ci ha impedito di andare verso la costa» dice Jad Othman Baker, «hanno poi iniziato a sparare vicino la barca. Ci hanno ordinato di posizionarci davanti la loro nave, di toglierci i vestiti e di tuffarci in acqua. Faceva molto freddo. Siamo saliti sulla nave della marina attraverso una scala, lì siamo stati ammanettati, ci hanno bendato gli occhi e coperto la testa con dei sacchetti». I marinai israeliani poi ha preso la barca dei pescatori per poi consegnarla dopo circa 30 minuti ad un’altra unità che si è diretta verso Ashdod. Il viaggio da sud a nord è durato circa 30/45 minuti.
Giunti ad Ashdod sono stati separati ed interrogati singolarmente. La maggior parte delle domande poste, hanno riferito i pascatori, non riguardava l’attività della pesca ma la loro vita a Gaza. I soldati hanno inoltre chiesto loro di parlare del traffico di contrabbando dall’Egitto, ed infine, come usano fare con i pescatori arrestati, hanno chiesto loro di diventare collaborazionisti di Israele.

«Ho detto loro che siamo solo dei pescatori – continua Jad Othman – e che abbiamo solo le attrezzature per la pesca con noi. Loro lo sanno che cosa abbiamo sulle barche, sanno che abbiamo solo l’equipaggiamento. Ma il loro vero interesse è danneggiare la nostra vita. E’ una punizione collettiva contro tutti noi pescatori. Non esiste una ragione reale per attaccarci».
Abbiano chiesto a Othman perchè da Gaza vanno a pescare in Egitto? «A causa del limite delle tre miglia imposto dalla marina israeliana nelle acque di Gaza – ci ha spiegato – non c’è pesce nelle tre miglia. Se non ci fosse questo limite non andremmo in Egitto. Affrontiamo il pericolo per aiutare le nostre famiglie». I pescatori di Gaza spesso vanno nelle acque egiziane per pescare o per acquistare il pesce dai pescatori egiziani e rivenderlo poi a Gaza.

I militari israeliani sabato hanno dato ai palestinesi arrestati delle mappe in cui è indicata l’area delle tre miglia entro cui possono pescare dicendo di consegnarle agli altri pescatori. Successivamente, i pescatori sono stati fatti salire su un bus per il valico di Erez (tra Israele e Gaza). Una volta giunti, i soldati hanno impedito loro di incamminarsi per la strada principale che da Erez porta direttamente all’ufficio di coordinamento dell’Autorità Nazionale Palestinese, e li hanno costretti ad entrare a Gaza per un percorso molto più lungo. Alle 23.00, in piena oscurità, i pescatori hanno così dovuto camminare per circa tre chilometri verso la postazione del confine, senza scarpe e senza giacca. Indossavano solo una t-shirt. La loro barca invece è stata trattenuta ad Ashdod.  E’ stato detto loro di rivolgersi ad un avvocato per riaverla – con l’aggravio delle spese legali – ed inoltre sarebbe riconsegnata senza motore e senza equipaggiamento.

«Noi non siamo buoni nuotatori – aggiunge da parte sua Talat Othman ricordando le fasi dell’arresto subito sabato scorso – ci sono squali in quella zona, eravamo spaventati. Abbiamo così chiesto ai soldati di non farci tuffare in acqua, ma hanno rifiutato. Sulla nave abbiamo chiesto delle coperte ma non ce le hanno date. Ci sentivamo così sicuri in acque egiziane!…Non ho più dormito da quel momento pensando alla mia famiglia. Come possiamo continuare ad avere una vita normale? Come possiamo sostenere le nostre famiglie?»

Nell’abitazione della famiglia Baker è appeso un poster in ricordo di un cugino ucciso dalla marina israeliana circa un anno fa, il 24 settembre 2010, mentre pescava nelle acque di Gaza. Mohammed Mansur Baker, 20 anni, era un pescatore inesperto ed aveva un problema al cuore. «Quel venerdì, alle 6 del mattino, ci stava aspettando davanti la porta della sua abitazione per andare a pescare – racconta Rani – Lasciammo il porto alle 7 e raggiungemmo un miglio e mezzo dalla costa».     All’improvviso – ricorda Rani – le forze della Marina israeliana iniziarono a sparare a caso. Ci spostammo verso nord ed incontrammo un’altra motovedetta israeliana, che inziò a sparare nella nostra direzione. Un proiettile colpì Mohammed (Mansur). Quando vidi che era ferito le motovedette israeliane erano a trecento metri dalla nostra barca. Chiedemmo loro aiuto e medicine per curarlo, parlai con il capitano, che era arrabbiato con il soldato che aveva colpito Mohammed, gli chiese perché aveva sparato direttamente su di lui.». I pescatori velocemente raggiunsero Soudania (a nord di Gaza city) ma una volta approdati sulla spiaggia si resero conto che Mohammed era morto. Più tardi gli israeliani comunicarono che i soldati non avevano intenzione di uccidere Mohammed. La sua famiglia si è rivolta ad un avvocato per intraprendere un’azione legale ma la spesa eccessiva (22.000 dollari) li ha costretti a fermare il procedimento. «Sarebbe stato meglio perdere la barca ed ogni cosa piuttosto che Mohammed. Per la vita delle persone non esiste valore», conclude Rani.

La famiglia Baker è tra le famiglie di pescatori più povere di Gaza. Jad Othman Baker, è sposato ed ha 5 bambini, il più grande di nove anni, il più piccolo di 3 anni. Mahmoud Yahya Baker è sposato e ha cinque bambini, tra uno e 7 anni di età. Rani Sami Baker è sposato e ha quattro bambini, di età compresa tra un mese e i 4 anni. Talat Othman Baker è sposato e ha una figlia di 13 anni.

I pescatori  di Gaza rivolgono un messaggio alla comunità internazionale: «Abbiamo bisogno che si ponga fine all’assedio israeliano di Gaza, che costituisce il problema principale per noi. Senza l’assedio noi riusciremmo ad autosostenerci. Se avessimo lo spazio a cui abbiamo diritto, non avremmo bisogno di andare in Egitto. Chiediamo di fare pressione su Israele affinché ci lasci pescare nelle nostre acque e di porre fine a questa tragedia umanitaria. Madiamo un messaggio anche al popolo israeliano. Noi pescatori palestinesi non smetteremo mai di pescare per il nostro paese, non possiamo lasciare la nostra attività. Anche se usate armi contro di noi, ci aggredite, confiscate le nostre barche e ci arrestate, noi non ci arrenderemo mai, lo diciamo a voce alta. Noi noi rinunceremo ai nostri diritti. Apprezziamo gli attivisti internazionali che sono così vicini a noi, perché sono come degli occhi attraverso cui gli altri possono vederci e li ringraziamo e preghiamo che Vittorio Arrigoni riposi in pace in Paradiso». L’attivista italiano Vittorio Arrigoni, assassinato nell’aprile 2010 a Gaza,  aveva raccontato la tragedia che aveva colpito la famiglia Baker con la perdita di Mohammed ed incontrato la sua famiglia.

Ai pescatori di Gaza non è permesso pescare oltre le tre miglia nautiche dalla costa, limite imposto da Israele. Le intese israelo-palestinesi del 1994 concedono infatti ai pescatori palestinesi un’area che si estende fino a 20 miglia nautiche dalla costa. Quest’area è stata poi progressivamente ridotta a 12 e a 6 miglia. In seguito all’Operazione militare «Piombo Fuso» contro Gaza (dicembre 2008-gennaio2009), Israele ha imposto un limite unilaterale di tre miglia nautiche.
I pescatori sono inoltre spesso vittime di aggressioni da parte della Marina israeliana, che non esita ad apire il fuoco in direzione dei pescatori. Spesso vengono arrestati e le loro barche sono confiscate. Gli attacchi avvengono anche all’interno delle tre miglia.
A causa di queste difficoltà, il numero di pescatori è andato diminuendo nel corso degli ultimi anni. Le acque interne al limite delle tre miglia sono ormai povere di pesci e i pescatori non riescono ad autosostenersi.



Jad Othman Baker, con uno dei suoi bambini


un poster di Mohammed Mansour Baker, ucciso un anno fa


giovedì 5 gennaio 2012

Stamattina si è svolta presso la corte militare di Gaza city una nuova udienza del processo per l'uccisione di Vittorio.

La nostra udienza è iniziata alle ore 10.40 ed è durata circa 8 minuti.

In gabbia erano presenti solo tre imputati (Tamer Hasasnah, Mahmoud Salfiti, Khader Jram). Il quarto, Amer Abu Ghoula, a piede libero perché accusato di reati minori, non si è presentato in aula.

La Pubblica Accusa ha quindi chiesto l'arresto di Abu Ghala.

La difesa ha detto di non conoscere i documentati presentati dalla Pubblica Accusa, l'udienza è stata quindi rimandata al prossimo 16 gennaio.


Gaza city

mercoledì 4 gennaio 2012

Dalla barca Oliva, 4 gennaio 2012

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Questa mattina siamo usciti con la barca Oliva per monitorare i diritti umani ed osservarne le violazioni da parte della marina israeliana nelle acque di Gaza.

Siamo partiti alle 8.20 dal porto di Gaza city.
A bordo della Oliva ero con un altro osservatore internazionale, il capitano palestinese ed
un fotoografo internazionale.
Alle ore 8.33 abbiamo raggiunto due hasakas, le piccole imbarcazioni dei pescatori palestinesi, che si trovavano a 1.85 miglia nautiche dalla costa (31° 34.31N / 034° 25.59E).
Alle 8.50 abbiamo raggiunto un'altra imbarcazione a 3.2 miglia nautiche dalla costa (31° 34.55N / 034° 24.18E).

Mentre eravamo a 2.38 miglia (31° 34.05N / 034° 24.47E), una nave della marina israeliana ha sparato in direzione della nostra barca da una distanza di circa 300 mt.
Ci siamo allora allontanati dalla nostra posizione.

Alle 9.20 ci siamo spostati verso il limite nord.
Alle 9.30 la nave della marina israeliana ha iniziato ad inseguirci.
A fine inseguimento ci siamo ritrovati in questa posizione 31° 34.46N / 034° 25.40E dove erano presenti due imbarcazioni di pescatori.

Alle 9.38 abbiamo raggiunto un'imbarcazione a 2.18 migia dalla costa (31° 34.46N / 034° 25.40E).
Alle 10.15, abbiamo raggiunto 2 imbarcazioni a 2,7 miglia dalla costa (31° 33.38N / 034° 23.90E)
ed alle 10.30 circa abbiamo raggiunto un'imbarcazione a 2.9 miglia nautiche dalla costa (31° 33.37N / 034° 23.42E)
Alle 11.04, siamo tornati verso il porto di Gaza.

Durante la missione di oggi, abbiamo osservato che la marina israeliana non ha attaccato i pescatori, ma ha soltanto seguito i nostri movimenti, ha sparato nella nostra direzione per spaventarci e ci ha inseguiti.



Le restrizioni sull'area pescabile incidono notevolmente sulle capacità di sostentamento dei pescatori palestinesi. Questa area doveva estendersi per 20 miglia secondo gli accordi di Jericho del 1994 (sotto gli accordi di Oslo), poi fu ridotta alle 12 miglia, alle 6 miglia ed ora alle 3 miglia dal gennaio 2009. La 'buffer zone' marina limita l'accesso dei pescatori di Gaza all'85% delle acque pescabili di Gaza stabilite dagli accordi di Oslo.
Israele attacca regolarmente i pescatori palestinesi entro il limite delle 3 miglia nautiche. Il sostentamento di molti Gazani dipende dalla pesca ed Israele continua a sparare con armi da fuoco ed utilizzare cannoni di aqua per impedire ai pescatori di fare il proprio lavoro.
L'assedio di Gaza continua da più di quattro anni, limitando l'area marina consentita per la popolazione di Gaza.
Il Civil Peace Services con la sua barca Oliva continua a monitorare potenziali violazioni dei diritti umani nel mare di fronte alla Striscia di Gaza.


                             in questa foto si può notare come la marina israeliana passi all'interno
                             delle tre miglia concesse ai pescatori palestinesi (segnalate dall'indicatore giallo)


martedì 3 gennaio 2012

Questa mattina noi dell' International Solidarity Movement, insieme al Beit Hanoun Local Initiative e ad altri ragazzi di Beit Hanoun, siamo andati al confine per la manifestazione settimanale del martedì.

Abbiamo marciato come di consueto all'interno della  no go zone, l'area di 300 metri imposta da Israele entro cui i contadini non possono coltivare.

Abbiamo cantato e sventolato bandiere palestinesi. Abbiamo sostato davanti la barriera di separazione.
Al di là di quella barriera, quelle che fino al 1948 erano terre palestinesi.

Alcune piante stanno crescendo, il campo affianco che abbiamo coltivato qualche tempo fa è finalmente verde. Lo guardo con emozione e ricordo con quanto entusiasmo e coraggio vi abbiamo lavorato sfidando i proiettili dell'esercito israeliano.
La terra si ribella alla no go zone.

Mentre stavamo andando via, ormai lontani dalla barriera di separazione, l'esercito israeliano ha sparato a distanza.


La buffer zone  fu originariamente stabilita a 50 metri dal confine nella Striscia di Gaza, secondo gli Accordi di Oslo.
Da allora è stata unitelarmente ed illegalmente aumentata da Israele.
Ora raggiunge i 300 metri secondo Israele e spesso si allunga ai 2 kilometri, impedendo ai contadini di Gaza l’accesso a grandi porzioni del loro territorio , incluso al 30-40% delle loro terre agricole.












domenica 1 gennaio 2012

Riporto un articolo che ho scritto per Nena News: http://nena-news.globalist.it/?p=16088


GAZA, MANIFESTAZIONE CONTRO LA NO GO ZONE
Nuova protesta a Beit Hanoun contro la «zona cuscinetto» creata dall’esercito israeliano all’interno di Gaza. I partecipanti hanno anche commemorato gli oltre 1.400 palestinesi morti nell'operazione "Piombo Fuso"

Beit Hanoun (Gaza), 1 gennaio 2012, Nena News – La manifestazione è iniziata verso le 11.00 del mattino. Un drone sorvolava il cielo sopra Beit Hanoun. I ragazzi ed i volontari dell’International solidarity movement (Ism) hanno marciato fino a pochi metri dalla barriera di separazione, intonando cori e sventolando bandiere palestinesi. Saber al Zaaneen, del Beit Hanoun Local Initiative, aveva un megafono che faceva da cassa al suo cellulare che riproduceva alcune canzoni, tra queste “Bella Ciao”, immancabile nelle manifestazioni in Beit Hanoun. Durante la marcia sono stati avvertiti spari da parte dell’esercito israeliano. Arrivati a pochi metri dalla barriera che delimita il confine, Saber ed altri ragazzi hanno piantato una bandiera palestinese. A turno Saber e poi Nathan dell’Ism, rivolgendosi in direzione del confine, hanno espresso le ragioni della protesta. Al termine Saber ha risposto ad alcune domande.

Qual è il senso delle manifestazioni settimanali in Beit Hanoun?
« Manifestiamo contro l’occupazione israeliana e contro l’assedio di Gaza. L’esercito israeliano dal 2008 ha creato una «no go zone», una zona cuscinetto interdetta, lungo il confine che impedisce ai contadini di lavorare all’interno. Manifestiamo contro la «no go zone» ed a sostegno della determinazione e della tenacia dei contadini. Esiste anche una no go zone all’interno del mare, contadini e pescatori  sono entrambi oppressi da quelle durissime limitazioni.

Quest’ultima manifestazione aveva un significato particolare.
« Oggi Gaza non si inginocchia e non si rassegna. Gaza non alza bandiera bianca, Gaza è ancora forte. Tre anni fa lo stato di Israele ha lanciato un’ offensiva militare su Gaza.  Per 23 giorni hanno utilizzato ogni tipo di arma su di noi.  Aerei, carri armati, armi da fuoco, missili, bulldozers e fosforo bianco. Volevano distruggere la resistenza ed Hamas. Questi attacchi hanno fallito. Hanno distrutto case, hanno bombardato scuole, strutture dell’ UNRWA. Hanno massacrato la famiglia Samouni, la famiglia Idaaya, la famiglia Abeed Aldayen, la famiglia Deeb, la famiglia Aquel, e così via.

Avete posto una bandiera palestinese al confine, perché?
« Facciamo questa manifestazione al confine da circa tre anni, così abbiamo pensato a qualcosa di diverso. L’ultima volta abbiamo camminato all’interno della buffer zone ed abbiamo raggiunto un’area che i palestinesi non raggiungevano dal maggio del 2000. Sono stato felice oggi di vedere la bandiera nello stesso posto».
Com’è nato il Beit Hanoun Local Initiative?
E’ nato nel settembre 2007 in seguito alla sofferenza dei palestinesi nell’osservare gli attacchi israeliani. La ragione principale è stata l’uccisione di 18 bambini in Beit Hanoun, parte di loro si trovavano a scuola, e così abbiamo iniziato manifestazioni in nome dei nostri bambini che Israele ha ucciso in quel periodo. E’stata una mia idea. Il nostro nome è Volontari del servizio sociale e umanitario. Abbiamo un gruppo di supporto psicologico per i bambini e per le madri. Visitiamo famiglie, aiutandole e coltivando la terra con loro, aiutantole nel periodo della raccolta. Durante gli attacchi aiutiamo i feriti e forniamo loro primo soccorso. Abbiamo anche un gruppo che danza la Dabka durante le feste palestinesi. Inoltre organizziamo eventi in alcuni giorni dell’anno: nel Land Day, il giorno della Terra, il 30 marzo, in cui lavoriamo con i contadini. Il 15 maggio, il giorno della Nakba, piantando tende nella buffer zone per rappresentare la condizione dei rifugiati palestinesi».
Come può essere risolto questo conflitto?
Ci sono alcune decisioni prese all’ interno dell’UN che potrebbero porre fine a questo conflitto se fossero applicate. Questa situazione di conflitto potrebbe essere risolta ridando ai palestinesi le terre che avevano nel 1967. Ma il problema è che non c’è ancora giustizia nel mondo, Stati Uniti ed Europa sostengono ancora Israele, loro potrebbero porre fino al conflitto se solo applicassero quelle decisioni.Nonostante tutta la sofferenza del popolo palestinese in questi 63 anni e tutte le uccisioni, i palestinesi lottano ancora per avere libertà e giustizia. Il nostro messaggio è una richiesta di libertà, di giustizia e di pace in Gaza ed in tutta la Palestina.


La buffer zone illegale fu originariamente stabilita a 50 metri dal confine nella Striscia di Gaza, secondo gli Accordi di Oslo, e da allora è stata unitelarmente aumentata da Israele. Ora raggiunge i 300 metri secondo Israele e spesso si allunga ai 2 kilometri, impedendo ai contadini di Gaza l’accesso a grandi porzioni del loro territorio , incluso al 30-40% delle loro terre agricole. Nena News